martedì 26 maggio 2009

Perchè schierarci? Perchè con Rosario Crocetta?.

padre puglisiPerchè non resistiamo dallo schierarci, dal farci parte, dal parteggiare. Per molti è un difetto. Per noi è un'esigenza, un modo di essere. E' più comodo, è più facile stare alla finestra, osservare. Ma non ci riusciamo. Non ci interessa essere catalogati in qualche schema che i benpensanti ci appioppano... fazioni, partigiani, non obiettivi.
Crediamo che ogni elezione sia il momento per esprimere attarverso il voto il proprio pensiero, i proprio valori ed i propri ideali. Non ci rassegnamo al non voto elitario di chi si schifa delle cose brutte della politica e della società. Come al solito preferiamo stare dentro le cose, sporcarci le mani, non lasciare il campo.
E poi tutte quelle volte (rare) che sinceramente non ci siamo schierati, ci siamo messi fuori dalla mischia non ci hanno creduto. La nostra credibilità è dentro il nostro schierarci, senza buonismi o ipocrisie. Senza schierarsi è facile stare un pò con tutti, e poi decidere il carro del vincitore...
La vogliamo cambiare fino in fondo questa nostra regione, non con operazioni di facciata o con le chiacchiere o le urla di tanti che nella sinistra, nel movimento antimafia e nel mondo sindacale e del sociale sono molto bravi e preparati quando sono seduti ad un tavolo di un convegno o durante qualche commemorazione. E poi nella prassi politica quotidiana non sono cosi dissimili da quella Sicilia che a parole dicono di cambiare.
Innanzitutto se è vero che l'antimafia da sola non può essere progetto politico, è altrettanto vero che alle nostre latitudini è premessa imprescindibile per ogni ipotesi di rinascita sociale, economica e culturale. Per questo serve un'antimafia concreta, dei fatti, delle prassi amministrative visibili e riconoscibili. L'abbiamo riconoscriuta nell'esperienza amministrativa di Rosario Crocetta.
Rosario ci parla di un progetto collettivo di cui lui è espressione. Crediamo fortemente a queste parole anche se sono state, nei nostri ultimi 15 anni di attività sociale e politica, più e più volte tradite da un lungo elenco di soggetti che di volta in volta abbiamo scelto a rappresentarci.
Scegliere è anche questo, donare la propria fiducia con rischio ed incoscienza.
Rischio ed incoscienza ecco altri due parole che definiscono chiaramente il senso della politica come servizio coraggioso che Rosario riesce a rappresentare.

giovedì 14 maggio 2009

Cassazione: mafia uccise Graziella Campagna per un’agenda

Roma, 13 mag (Velino) - La diciassettenne Graziella Campagna, stiratrice in una lavanderia di Saponara, in provincia di Messina, è stata uccisa dalla mafia con cinque colpi di lupara per aver ritrovato l’agendina del boss Gerlando Alberti. Il movente del delitto, avvenuto nel 1985, è stato ribadito dalla Cassazione che ha confermato la sentenza di condanna all’ergastolo per lo stesso Gerlando Alberti e per Giovanni Sutera. Il ritrovamento dell’agenda, che il boss aveva dimenticato in una camicia portata a lavare, costituiva un pericolo per la mafia in quanto il fratello di Graziella Campagna era un carabiniere. E proprio le indagini, condotte in gran parte privatamente, di Pietro Campagna hanno rappresentato un importante riscontro alle dichiarazioni dei pentiti sulle quali si è basata la condanna inflitta ad Alberti e Sutera dalla Corte d’assise d’appello di Messina e confermata dalla Cassazione. I giudici della prima sezione penale della Corte, con la sentenza 20163, hanno infatti sottolineato che “le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sugli autori del delitto e la causale sono adeguatamente riscontrate”.
E tali riscontri vengono per l’appunto individuati, tra l’altro, “negli esiti delle private indagini del carabiniere Pietro Campagna e, soprattutto, nella registrazione da lui stesso eseguita il 4 febbraio 1989, all’interno della lavanderia”. Il militare dell’Arma aveva infatti registrato un colloquio con Agata Cannistrà, collega di Graziella, che confermava il ritrovamento dell’agendina e indicava proprio in questa circostanza la causale dell’omicidio. La stessa Cannistrà e unìaltra collega, Franca Federica erano state mandate a giudizio per favoreggiamento ma il reato si è prescritto.

(AGI) 13 mag 2009

Ecco i delinquenti che vengono con i barconi

di Mariagrazia Gerina, Massimiliano Di Dio
e Cesare Buquicchio


Il presidente del consiglio Berlusconi dice che sui barconi che in queste ore vengono respinti dalla Marina italiana «ci sono persone reclutate in maniera scientifica dalle organizzazioni criminali», dice che pochissimi di loro «hanno i requisiti per chiedere il diritto d'asilo». Si sbaglia. Su quei barconi c'è stato Tedros, 30enne eritreo laureato ed incarcerato perché non allineato al partito al potere. Proprio ieri ha avuto i documenti da rifugiato politico. C'è stato Saied, adolescente afgano fuggito dalla guerra. C'è stata Aisha scappata dall'Eritrea e picchiata e violentata per mesi in un centro di detenzione in Libia. Ecco le loro storie.


TEDROS
Tedros ha 33 anni, è laureato in scienze sociali e nel suo paese, l'Eritrea, si occupava di educazione e assistenza alle persone disabili. È arrivato in Italia l'estate scorsa, il 30 luglio 2008, a bordo di una delle carrette del mare su cui secondo Berlusconi ci sarebbe solo «gente reclutata dai criminali». Sulla sua carretta erano in ventisei, uomini, donne e un bambino. Prima l'arrivo a Lamepdusa, poi il trasferimento nel centro d'accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, alle porte di Roma. Proprio ieri il governo italiano gli ha consegnato i documenti che gli consentiranno di restare in Italia come rifugiato politico. Altri, arrivati con lui, stanno ancora attendendo di essere ascoltati dalla Commissione che esamina le richieste d'asilo.
Non esattamente un criminale. E nemmeno un sovversivo. Tedros, dopo la laurea, come il governo eritreo impone, si è iscritto al partito unico, il Pfdj che sta per «People front for Democracy and Justice», ma ugualmente ha scontato con 8 mesi di carcere l’essere stato giudicato non abbastanza rispondente ai dettami. Uscito da lì, è iniziata la sua fuga. Sulle orme della moglie, che, in Italia dal 2004, lo aveva preceduto nel tragitto dall’Eritrea alla Libia a Lampedusa. Ora lei fa la colf a Genova, e anche lui, con i documenti in tasca, potrà cercare lavoro.

ABDUL
A trent’anni A.H. ha detto basta. Non voleva più né fare la guerra né subire le vessazioni e le torture del governo sudanese. Per questo è fuggito dal Darfur. Lo chiameremo Abdul, nome di fantasia, perché quel che resta della sua famiglia è rimasto in Sudan e le ritorsioni non sono finite per loro.
Tutto comincia quando A.H. viene spedito al fronte, dove si muore e Abdul che è di una tribù ostile al governo centrale subisce continue vessazioni. Dopo tre anni in divisa chiede una licenza e lo sbattono in un carcere militare dove subisce ogni specie di tortura. Quando viene ferito non gli permettono di riabbracciare i suoi. E quando fugge a casa i militari vanno a riprenderselo. Al suo posto arrestano il padre: lo torturano e lo uccidono. E dopo di lui uccidono i suoi fratelli. Nessuno rivela dove si nasconde Abudl, che solo un anno fa, attraversando il deserto a piedi e penando per guadagnare i 1200 euro da consegnare ai trafficanti egiziani, riesce a scappare in Italia, dove chiede l’asilo. Il Centro italiano per i rifugiati, che ha raccolto la sua storia, lo assiste. E alla fine Abudl ce la fa. E se la Marina lo avesse respinto?

SAIED
Saied è partito dall’Afghanistan che aveva 9 anni e, tappa dopo tappa, ha percorso l’intera odissea dei ragazzi afghani in fuga dalla guerra. Aveva 18 anni Saied, quando, 2 anni fa, nascosto sotto un camion proveniente dalla Grecia, ha raggiunto la destinazione finale: Italia. Anzi, più precisamente: Roma. «Dalla stazione Termini, prendere il 175, scendere alla stazione Ostiense», recitavano con precisione le istruzioni. Pakistan, Turchia, Grecia. Ogni tappa un espediente per mettere da parte i soldi, pagare i trafficanti e proseguire il viaggio fino all’approdo finale, sulle panchine di piazzale Ostiense diventata ormai l’ambasciata on the road della diaspora afghana. Da lì, il passa-parola l’ha portato fino al Centro Astalli, il centro per rifugiati gestito dai gesuiti. Ora Saied, che, rifugiato politico, ha imparato l’italiano e studia per prendere la licenza media, fa il mediatore culturale, ha uno stipendio e da un paio di mesi vive in un appartamento.

AISHA
“Sono scappata dall'Eritrea perché non volevo essere reclutata nell'esercito e mandata nella guerra senza fine contro l'Etiopia. I miei fratelli e sorelle erano nell'esercito e non sono mai più tornati a casa. - a raccontare questa storia è una donna eritrea, la chiameremo Aisha, lei l'ha raccontata a Medici Senza Frontiere in uno dei centri di detenzione per immigrati di Malta ed è raccolta nel rapporto “Not Criminals” -. In Libia sono stata messa in un centro di detenzione dove sono stata violentata e picchiata diverse volte. Sono stata trattata come una schiava dalle guardie e dai soldati. Sono stata una schiava per due anni e non avevo possibilità di fuga – spiega Aisha –. Quando mi sono imbarcata speravo di diventare libera. Poi quando sono stata rinchiusa in un centro di detenzione a Malta ho perso la speranza e ho avuto problemi cardiaci e gastrici. I ricordi delle violenze e delle botte sono riaffiorati ed è stato difficile stare in quel posto con tante altre persone”.

MOHAMMED
«Lavoravo come camionista per un’azienda statale impegnata nella ricostruzione dell’Afghanistan. Era il 7 maggio di due anni fa, un gruppo di talebani ha rapito me e altri quattro colleghi. Tre di loro sono stati uccisi. I loro cadaveri sono stati lasciati davanti al palazzo dove lavoravamo». Mohammed, quarantenne afghano, è salvo per miracolo. «Mio zio ha pagato 10mila dollari per liberarmi». Chi ha ucciso i suoi colleghi, però, non dà garanzie per la sua vita futura. E così, alcuni mesi dopo, lui decide di lasciare per sempre il suo paese. Un viaggio lungo, fatto di stenti e paura. Prima l’Iran, poi la Turchia. «A Istanbul – ricorda – ho preso un gommone e siamo riusciti a raggiungere le acque territoriali della Grecia ma siamo stati respinti dalle autorità locali. Ci hanno fatto buttare tutti i nostri vestiti e soldi, ho perso il mio passaporto, la patente e 700 euro». Il gommone cerca di tornare indietro ma la polizia turca lo respinge. Mohammed teme di morire in mare ma alla fine è la Grecia a dare ospitalità a lui e a suoi connazionali. «Ci hanno portato in un campo dove siamo rimasti per sette giorni, dicevano che non era possibile fare richiesta di asilo, che dovevamo andare ad Atene». Ed è lì che l’uomo si dirige senza scarpe, con soli pochi indumenti addosso. Denuncia anche violenze da parte della polizia. «Per nessun motivo – rivela – mi hanno colpito sulla testa con un bastone elettrificato e sono caduto». Si risveglia con un braccio rotto in un ospedale, Mohammed. «Avevo paura di avvicinarmi alle autorità per chiedere asilo, così ho pagato un trafficante: 2500 euro per potermi nascondere dentro un tir che ha attraversato il mare in una nave». Lo sbarco a Venezia solo il 13 marzo scorso.

IKE
“Ero un insegnante di matematica – racconta ancora Ike, somalo, nel rapporto “Not Criminals” –. Tre dei miei colleghi sono stati uccisi, la mia scuola è stata chiusa e ho perso il mio lavoro. Sono scappato dalla Somalia perché la mia casa non era più sicura, una mina è esplosa vicino alla mia casa e mi ha ferito. Altrimenti sarei restato, non sarei arrivato qui”.

TITTY

Titty è giovanissima, ha 21 anni ed è un disertore. In Eritrea anche le donne sono costrette ad arruolarsi e mentre indossano la divisa spesso sono costrette a subire violenza sessuale da parte dei militari uomini. Da tutto questo Titty è fuggita, a bordo di un camion stracarico ha varcato il deserto. Eritrea, Sudan, Libia. E da lì è salpata per l’ultimo viaggio, a bordo di una delle carrette che Berlusconi vuole respingere perché piene di «gente reclutata da criminali». Titty che non si è fatta reclutare nemmeno dall’esercito eritreo a Lampedusa è sbarcata un anno fa. In questi dodici mesi ha imparato l’italiano, ha frequentato un corso per operatore socio-assistenziale, ha incontrato un ragazzo eritreo. Il governo italiano non le ha riconosciuto il diritto all’asilo ma le ha assicurato comunque una «protezione sussidiaria».

SAMA
“Ho attraversato il deserto per sfuggire alla violenza della Somalia e ho raggiunto Tripoli quando la mia gravidanza era quasi al termine – racconta Sama anche lei in fuga dalla guerra e in cerca di un futuro per sua figlia –. Il giorno della mia partenza ho comprato un paio di forbici nuove e le ho custodite con cura. Volevo che restassero pulite. Mia figlia è nata il primo giorno di barca. Un uomo e una donna mi hanno assistita durante il parto: lui mi bloccava le braccia; lei ha tagliato il cordone ombelicale con le mie nuovissime forbici. Eravamo in 77 su quella barca, eravamo talmente schiacciati che non riuscivamo nemmeno a muoverci. I giorni successivi il mare era agitato. L’uomo e la donna si tenevano stretti a me e io stringevo forte a me mia figlia, temevo potesse finire in mare. Nei quattro giorni successivi abbiamo sofferto molto per la mancanza di cibo e acqua, anche mia figlia perché il mio seno era stato asciugato dalla paura e la fame”.

ADAM
Adam ha poco più di vent’anni. È sudanese. Come Abdul faceva il soldato, nel Darfur. Costretto ad arruolarsi, è scappato dall’esercito e dal suo paese per sottrarsi alla guerra. In Italia è arrivato cinque anni fa in gommone, gettato dagli scafisti libici sulle coste di Lampedusa. Adesso lavora all’Ikea, dove è stato assunto a tempo indeterminato, e vive a Roma, in una casa in affitto.

SAHRA
Non ricorda il momento in cui ha deciso di scappare. Sahra, 32 anni, somala, sa però che tutto è avvenuto in nome della guerra. Aveva 16 anni. «Le ragazze venivano violentate da gruppi di dieci, venti uomini» racconta. «Per proteggermi, mio padre mi chiese di sposare un uomo più grande di me. Non ne ero innamorata, tuttavia mi sentivo più sicura, avemmo anche un figlio». Un giorno, «quel maledetto giorno», Sahra attendeva il suo secondo figlio. «Sono tornata a casa e la nostra abitazione non esisteva più» sussurra. «Sotto le macerie ho visto le teste del mio bambino, di mio padre». Forse è in quel momento che la donna decide di lasciare la Somalia. «Non avevo soldi né cibo, dormivo in strada, dovevo difendermi dagli animali, dagli uomini». Al sesto mese di gravidanza, Sahra inizia il suo lungo viaggio verso il Sudan. Per un tratto, l’aiutano alcuni giovani connazionali. «Rimasi per giorni nel deserto con una bottiglia d’acqua e alcune fette biscottate. La fame mi provocava forti dolori allo stomaco, il feto nella pancia cresceva ed io ero magra, disidratata». Partorisce per miracolo mentre attraversa altri stati africani. «Ero convinta di non riuscire a sopravvivere, toccandomi sentii il capo e i capelli della creatura. Nacque all’improvviso, ma la spinta fu tanto violenta da far sbattere la testa alla neonata. Le feci un nodo al ‘cordolino’ per non fare uscire più il sangue, proprio come mi aveva detto mia madre. Pensavo fosse morta, non piangeva né si muoveva. Dopo un po’, forse ero svenuta, la toccai. Era viva. Decisi di chiamarla Iman, in onore del nostro Dio». L’ultimo approdo è in Libia dove Sahra e la piccola Iman trovano l’aiuto anche di un medico italiano. È’ lui a pagare i mille dinari necessari per farla imbarcare per l’Italia. «Eravamo oltre cento persone – ricorda –. Ogni giorno moriva qualcuno. Sul fondo della barca c’era acqua, pensavo che non ce l’avremmo fatta ma per fortuna ci avvistò un aereo. Fummo trascinati fino a Lampedusa e una volontaria si prese cura di me e mia figlia». La piccola viene però affidata a una famiglia. Le gravi difficoltà economiche di Sahra sono un ostacolo insuperabile per i servizi sociali. Tuttora la donna la vede mezz’ora, una volta al mese. E’ proprio questa la sua nuova battaglia.

12 maggio 2009 - www.unita.it (segnalato da progettobaobab@email.it)

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