giovedì 5 novembre 2009

GIOVANE RAPPER MINACCIATO DAL PDL PER BRANI DI DISSENSO

Riceviamo e pubblichiamo l’email che è pervenuta alla redazione di http://www.sinistraeliberta.it/ , che denuncia un caso di minaccia ad opera del Popolo della Libertà che, a quanto pare, utilizza le tattiche di intimidazione per indurre al silenzio qualsiasi forma di dissenso, anche se si tratta di un giovane rapper che ha reso condivisibili su YouTUbe le sue canzoni di denuncia contro Silvio Berlusconi e il suo governo:
.
Domenica 1 novembre dalle 23,30 alle 0,30 mio figlio è stato oggetto di una telefonata del Pdl di Milano, col la quale lo intimavano, sotto minaccia di denuncia per vilipendio, a rimuovere da YouTube due video da lui pubblicati nei quali cantava dei brani rap da lui stesso composti che avevano la colpa di criticare aspramente il Presidente del Consiglio. Sul momento intimorito dal tono minaccioso e arrogante dell’interlocutore, il ragazzo ha rimosso il video, ma a freddo ragionando su quanto accaduto ci siamo chiesti:
1) Come facevano queste persone a conoscere il nome e il numero di cellulare, non essendo questi visibili sul sito?
2) Per quale motivo alla fine della conversazione, lo hanno invitato a non dire niente a nessuno, neppure in famigla, perchè saremmo diventato tutti complici? Ma complici di che cosa?
3) E’ questa una normale procedura o ci sono altri metodi, meno ortodossi per invitare a rimuovare file da YouTube e similari?
.
CONTRO OGNI FORMA DI CENSURA DIFFONDETE I BRANI MUSICALI CONTESTATI, composti da Razza (il nome d’arte del cantante):
Ascolta il file audio di “Popolo di Ladri”
Ascolta il file audio di “Ottimismo”

martedì 26 maggio 2009

Perchè schierarci? Perchè con Rosario Crocetta?.

padre puglisiPerchè non resistiamo dallo schierarci, dal farci parte, dal parteggiare. Per molti è un difetto. Per noi è un'esigenza, un modo di essere. E' più comodo, è più facile stare alla finestra, osservare. Ma non ci riusciamo. Non ci interessa essere catalogati in qualche schema che i benpensanti ci appioppano... fazioni, partigiani, non obiettivi.
Crediamo che ogni elezione sia il momento per esprimere attarverso il voto il proprio pensiero, i proprio valori ed i propri ideali. Non ci rassegnamo al non voto elitario di chi si schifa delle cose brutte della politica e della società. Come al solito preferiamo stare dentro le cose, sporcarci le mani, non lasciare il campo.
E poi tutte quelle volte (rare) che sinceramente non ci siamo schierati, ci siamo messi fuori dalla mischia non ci hanno creduto. La nostra credibilità è dentro il nostro schierarci, senza buonismi o ipocrisie. Senza schierarsi è facile stare un pò con tutti, e poi decidere il carro del vincitore...
La vogliamo cambiare fino in fondo questa nostra regione, non con operazioni di facciata o con le chiacchiere o le urla di tanti che nella sinistra, nel movimento antimafia e nel mondo sindacale e del sociale sono molto bravi e preparati quando sono seduti ad un tavolo di un convegno o durante qualche commemorazione. E poi nella prassi politica quotidiana non sono cosi dissimili da quella Sicilia che a parole dicono di cambiare.
Innanzitutto se è vero che l'antimafia da sola non può essere progetto politico, è altrettanto vero che alle nostre latitudini è premessa imprescindibile per ogni ipotesi di rinascita sociale, economica e culturale. Per questo serve un'antimafia concreta, dei fatti, delle prassi amministrative visibili e riconoscibili. L'abbiamo riconoscriuta nell'esperienza amministrativa di Rosario Crocetta.
Rosario ci parla di un progetto collettivo di cui lui è espressione. Crediamo fortemente a queste parole anche se sono state, nei nostri ultimi 15 anni di attività sociale e politica, più e più volte tradite da un lungo elenco di soggetti che di volta in volta abbiamo scelto a rappresentarci.
Scegliere è anche questo, donare la propria fiducia con rischio ed incoscienza.
Rischio ed incoscienza ecco altri due parole che definiscono chiaramente il senso della politica come servizio coraggioso che Rosario riesce a rappresentare.

giovedì 14 maggio 2009

Cassazione: mafia uccise Graziella Campagna per un’agenda

Roma, 13 mag (Velino) - La diciassettenne Graziella Campagna, stiratrice in una lavanderia di Saponara, in provincia di Messina, è stata uccisa dalla mafia con cinque colpi di lupara per aver ritrovato l’agendina del boss Gerlando Alberti. Il movente del delitto, avvenuto nel 1985, è stato ribadito dalla Cassazione che ha confermato la sentenza di condanna all’ergastolo per lo stesso Gerlando Alberti e per Giovanni Sutera. Il ritrovamento dell’agenda, che il boss aveva dimenticato in una camicia portata a lavare, costituiva un pericolo per la mafia in quanto il fratello di Graziella Campagna era un carabiniere. E proprio le indagini, condotte in gran parte privatamente, di Pietro Campagna hanno rappresentato un importante riscontro alle dichiarazioni dei pentiti sulle quali si è basata la condanna inflitta ad Alberti e Sutera dalla Corte d’assise d’appello di Messina e confermata dalla Cassazione. I giudici della prima sezione penale della Corte, con la sentenza 20163, hanno infatti sottolineato che “le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sugli autori del delitto e la causale sono adeguatamente riscontrate”.
E tali riscontri vengono per l’appunto individuati, tra l’altro, “negli esiti delle private indagini del carabiniere Pietro Campagna e, soprattutto, nella registrazione da lui stesso eseguita il 4 febbraio 1989, all’interno della lavanderia”. Il militare dell’Arma aveva infatti registrato un colloquio con Agata Cannistrà, collega di Graziella, che confermava il ritrovamento dell’agendina e indicava proprio in questa circostanza la causale dell’omicidio. La stessa Cannistrà e unìaltra collega, Franca Federica erano state mandate a giudizio per favoreggiamento ma il reato si è prescritto.

(AGI) 13 mag 2009

Ecco i delinquenti che vengono con i barconi

di Mariagrazia Gerina, Massimiliano Di Dio
e Cesare Buquicchio


Il presidente del consiglio Berlusconi dice che sui barconi che in queste ore vengono respinti dalla Marina italiana «ci sono persone reclutate in maniera scientifica dalle organizzazioni criminali», dice che pochissimi di loro «hanno i requisiti per chiedere il diritto d'asilo». Si sbaglia. Su quei barconi c'è stato Tedros, 30enne eritreo laureato ed incarcerato perché non allineato al partito al potere. Proprio ieri ha avuto i documenti da rifugiato politico. C'è stato Saied, adolescente afgano fuggito dalla guerra. C'è stata Aisha scappata dall'Eritrea e picchiata e violentata per mesi in un centro di detenzione in Libia. Ecco le loro storie.


TEDROS
Tedros ha 33 anni, è laureato in scienze sociali e nel suo paese, l'Eritrea, si occupava di educazione e assistenza alle persone disabili. È arrivato in Italia l'estate scorsa, il 30 luglio 2008, a bordo di una delle carrette del mare su cui secondo Berlusconi ci sarebbe solo «gente reclutata dai criminali». Sulla sua carretta erano in ventisei, uomini, donne e un bambino. Prima l'arrivo a Lamepdusa, poi il trasferimento nel centro d'accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, alle porte di Roma. Proprio ieri il governo italiano gli ha consegnato i documenti che gli consentiranno di restare in Italia come rifugiato politico. Altri, arrivati con lui, stanno ancora attendendo di essere ascoltati dalla Commissione che esamina le richieste d'asilo.
Non esattamente un criminale. E nemmeno un sovversivo. Tedros, dopo la laurea, come il governo eritreo impone, si è iscritto al partito unico, il Pfdj che sta per «People front for Democracy and Justice», ma ugualmente ha scontato con 8 mesi di carcere l’essere stato giudicato non abbastanza rispondente ai dettami. Uscito da lì, è iniziata la sua fuga. Sulle orme della moglie, che, in Italia dal 2004, lo aveva preceduto nel tragitto dall’Eritrea alla Libia a Lampedusa. Ora lei fa la colf a Genova, e anche lui, con i documenti in tasca, potrà cercare lavoro.

ABDUL
A trent’anni A.H. ha detto basta. Non voleva più né fare la guerra né subire le vessazioni e le torture del governo sudanese. Per questo è fuggito dal Darfur. Lo chiameremo Abdul, nome di fantasia, perché quel che resta della sua famiglia è rimasto in Sudan e le ritorsioni non sono finite per loro.
Tutto comincia quando A.H. viene spedito al fronte, dove si muore e Abdul che è di una tribù ostile al governo centrale subisce continue vessazioni. Dopo tre anni in divisa chiede una licenza e lo sbattono in un carcere militare dove subisce ogni specie di tortura. Quando viene ferito non gli permettono di riabbracciare i suoi. E quando fugge a casa i militari vanno a riprenderselo. Al suo posto arrestano il padre: lo torturano e lo uccidono. E dopo di lui uccidono i suoi fratelli. Nessuno rivela dove si nasconde Abudl, che solo un anno fa, attraversando il deserto a piedi e penando per guadagnare i 1200 euro da consegnare ai trafficanti egiziani, riesce a scappare in Italia, dove chiede l’asilo. Il Centro italiano per i rifugiati, che ha raccolto la sua storia, lo assiste. E alla fine Abudl ce la fa. E se la Marina lo avesse respinto?

SAIED
Saied è partito dall’Afghanistan che aveva 9 anni e, tappa dopo tappa, ha percorso l’intera odissea dei ragazzi afghani in fuga dalla guerra. Aveva 18 anni Saied, quando, 2 anni fa, nascosto sotto un camion proveniente dalla Grecia, ha raggiunto la destinazione finale: Italia. Anzi, più precisamente: Roma. «Dalla stazione Termini, prendere il 175, scendere alla stazione Ostiense», recitavano con precisione le istruzioni. Pakistan, Turchia, Grecia. Ogni tappa un espediente per mettere da parte i soldi, pagare i trafficanti e proseguire il viaggio fino all’approdo finale, sulle panchine di piazzale Ostiense diventata ormai l’ambasciata on the road della diaspora afghana. Da lì, il passa-parola l’ha portato fino al Centro Astalli, il centro per rifugiati gestito dai gesuiti. Ora Saied, che, rifugiato politico, ha imparato l’italiano e studia per prendere la licenza media, fa il mediatore culturale, ha uno stipendio e da un paio di mesi vive in un appartamento.

AISHA
“Sono scappata dall'Eritrea perché non volevo essere reclutata nell'esercito e mandata nella guerra senza fine contro l'Etiopia. I miei fratelli e sorelle erano nell'esercito e non sono mai più tornati a casa. - a raccontare questa storia è una donna eritrea, la chiameremo Aisha, lei l'ha raccontata a Medici Senza Frontiere in uno dei centri di detenzione per immigrati di Malta ed è raccolta nel rapporto “Not Criminals” -. In Libia sono stata messa in un centro di detenzione dove sono stata violentata e picchiata diverse volte. Sono stata trattata come una schiava dalle guardie e dai soldati. Sono stata una schiava per due anni e non avevo possibilità di fuga – spiega Aisha –. Quando mi sono imbarcata speravo di diventare libera. Poi quando sono stata rinchiusa in un centro di detenzione a Malta ho perso la speranza e ho avuto problemi cardiaci e gastrici. I ricordi delle violenze e delle botte sono riaffiorati ed è stato difficile stare in quel posto con tante altre persone”.

MOHAMMED
«Lavoravo come camionista per un’azienda statale impegnata nella ricostruzione dell’Afghanistan. Era il 7 maggio di due anni fa, un gruppo di talebani ha rapito me e altri quattro colleghi. Tre di loro sono stati uccisi. I loro cadaveri sono stati lasciati davanti al palazzo dove lavoravamo». Mohammed, quarantenne afghano, è salvo per miracolo. «Mio zio ha pagato 10mila dollari per liberarmi». Chi ha ucciso i suoi colleghi, però, non dà garanzie per la sua vita futura. E così, alcuni mesi dopo, lui decide di lasciare per sempre il suo paese. Un viaggio lungo, fatto di stenti e paura. Prima l’Iran, poi la Turchia. «A Istanbul – ricorda – ho preso un gommone e siamo riusciti a raggiungere le acque territoriali della Grecia ma siamo stati respinti dalle autorità locali. Ci hanno fatto buttare tutti i nostri vestiti e soldi, ho perso il mio passaporto, la patente e 700 euro». Il gommone cerca di tornare indietro ma la polizia turca lo respinge. Mohammed teme di morire in mare ma alla fine è la Grecia a dare ospitalità a lui e a suoi connazionali. «Ci hanno portato in un campo dove siamo rimasti per sette giorni, dicevano che non era possibile fare richiesta di asilo, che dovevamo andare ad Atene». Ed è lì che l’uomo si dirige senza scarpe, con soli pochi indumenti addosso. Denuncia anche violenze da parte della polizia. «Per nessun motivo – rivela – mi hanno colpito sulla testa con un bastone elettrificato e sono caduto». Si risveglia con un braccio rotto in un ospedale, Mohammed. «Avevo paura di avvicinarmi alle autorità per chiedere asilo, così ho pagato un trafficante: 2500 euro per potermi nascondere dentro un tir che ha attraversato il mare in una nave». Lo sbarco a Venezia solo il 13 marzo scorso.

IKE
“Ero un insegnante di matematica – racconta ancora Ike, somalo, nel rapporto “Not Criminals” –. Tre dei miei colleghi sono stati uccisi, la mia scuola è stata chiusa e ho perso il mio lavoro. Sono scappato dalla Somalia perché la mia casa non era più sicura, una mina è esplosa vicino alla mia casa e mi ha ferito. Altrimenti sarei restato, non sarei arrivato qui”.

TITTY

Titty è giovanissima, ha 21 anni ed è un disertore. In Eritrea anche le donne sono costrette ad arruolarsi e mentre indossano la divisa spesso sono costrette a subire violenza sessuale da parte dei militari uomini. Da tutto questo Titty è fuggita, a bordo di un camion stracarico ha varcato il deserto. Eritrea, Sudan, Libia. E da lì è salpata per l’ultimo viaggio, a bordo di una delle carrette che Berlusconi vuole respingere perché piene di «gente reclutata da criminali». Titty che non si è fatta reclutare nemmeno dall’esercito eritreo a Lampedusa è sbarcata un anno fa. In questi dodici mesi ha imparato l’italiano, ha frequentato un corso per operatore socio-assistenziale, ha incontrato un ragazzo eritreo. Il governo italiano non le ha riconosciuto il diritto all’asilo ma le ha assicurato comunque una «protezione sussidiaria».

SAMA
“Ho attraversato il deserto per sfuggire alla violenza della Somalia e ho raggiunto Tripoli quando la mia gravidanza era quasi al termine – racconta Sama anche lei in fuga dalla guerra e in cerca di un futuro per sua figlia –. Il giorno della mia partenza ho comprato un paio di forbici nuove e le ho custodite con cura. Volevo che restassero pulite. Mia figlia è nata il primo giorno di barca. Un uomo e una donna mi hanno assistita durante il parto: lui mi bloccava le braccia; lei ha tagliato il cordone ombelicale con le mie nuovissime forbici. Eravamo in 77 su quella barca, eravamo talmente schiacciati che non riuscivamo nemmeno a muoverci. I giorni successivi il mare era agitato. L’uomo e la donna si tenevano stretti a me e io stringevo forte a me mia figlia, temevo potesse finire in mare. Nei quattro giorni successivi abbiamo sofferto molto per la mancanza di cibo e acqua, anche mia figlia perché il mio seno era stato asciugato dalla paura e la fame”.

ADAM
Adam ha poco più di vent’anni. È sudanese. Come Abdul faceva il soldato, nel Darfur. Costretto ad arruolarsi, è scappato dall’esercito e dal suo paese per sottrarsi alla guerra. In Italia è arrivato cinque anni fa in gommone, gettato dagli scafisti libici sulle coste di Lampedusa. Adesso lavora all’Ikea, dove è stato assunto a tempo indeterminato, e vive a Roma, in una casa in affitto.

SAHRA
Non ricorda il momento in cui ha deciso di scappare. Sahra, 32 anni, somala, sa però che tutto è avvenuto in nome della guerra. Aveva 16 anni. «Le ragazze venivano violentate da gruppi di dieci, venti uomini» racconta. «Per proteggermi, mio padre mi chiese di sposare un uomo più grande di me. Non ne ero innamorata, tuttavia mi sentivo più sicura, avemmo anche un figlio». Un giorno, «quel maledetto giorno», Sahra attendeva il suo secondo figlio. «Sono tornata a casa e la nostra abitazione non esisteva più» sussurra. «Sotto le macerie ho visto le teste del mio bambino, di mio padre». Forse è in quel momento che la donna decide di lasciare la Somalia. «Non avevo soldi né cibo, dormivo in strada, dovevo difendermi dagli animali, dagli uomini». Al sesto mese di gravidanza, Sahra inizia il suo lungo viaggio verso il Sudan. Per un tratto, l’aiutano alcuni giovani connazionali. «Rimasi per giorni nel deserto con una bottiglia d’acqua e alcune fette biscottate. La fame mi provocava forti dolori allo stomaco, il feto nella pancia cresceva ed io ero magra, disidratata». Partorisce per miracolo mentre attraversa altri stati africani. «Ero convinta di non riuscire a sopravvivere, toccandomi sentii il capo e i capelli della creatura. Nacque all’improvviso, ma la spinta fu tanto violenta da far sbattere la testa alla neonata. Le feci un nodo al ‘cordolino’ per non fare uscire più il sangue, proprio come mi aveva detto mia madre. Pensavo fosse morta, non piangeva né si muoveva. Dopo un po’, forse ero svenuta, la toccai. Era viva. Decisi di chiamarla Iman, in onore del nostro Dio». L’ultimo approdo è in Libia dove Sahra e la piccola Iman trovano l’aiuto anche di un medico italiano. È’ lui a pagare i mille dinari necessari per farla imbarcare per l’Italia. «Eravamo oltre cento persone – ricorda –. Ogni giorno moriva qualcuno. Sul fondo della barca c’era acqua, pensavo che non ce l’avremmo fatta ma per fortuna ci avvistò un aereo. Fummo trascinati fino a Lampedusa e una volontaria si prese cura di me e mia figlia». La piccola viene però affidata a una famiglia. Le gravi difficoltà economiche di Sahra sono un ostacolo insuperabile per i servizi sociali. Tuttora la donna la vede mezz’ora, una volta al mese. E’ proprio questa la sua nuova battaglia.

12 maggio 2009 - www.unita.it (segnalato da progettobaobab@email.it)

martedì 21 aprile 2009

"Donne, uomini e Caporale: Messina, da Nobile Siciliae Caput a cloaca"

Martedì 28 aprile 2009 Ore: 10.00 / Centro Servizi Guernica

Dopo tante difficoltà e porte più o meno chiuse, il comitato "GIOVANI E MESSINA" è riuscito ad organizzare questo importante incontro/dibattito APARTITICO con il giornalista Caporale, colui che ha definito la nostra città una cloaca.
Il giornalista spiegherà e argomenterà "dal vivo" le sue parole, le istituzioni parteciperanno nelle loro componenti più importanti e l'incontro darà possibilità a tutti di dire la loro sullo "stato dei fatti" messinese.
Sarà occasione per confrontarci e per crescere, per respirare un aria di democraticità e partecipazione pubblica che da troppo non si sente in riva allo Stretto.

Siete tutti invitati, stavolta non abbiamo più scuse: approfittiamo di questa polemica nata per creare qualcosa di positivo e propositivo, potrebbe essere un'occasione irripetibile per la nostra città.

I portavoci del comitato
Ivan Mirko Stanislao Tornesi
Antonclaudio Pepe

per maggiori info: http://malgradotutto.blogspot.com

giovedì 19 marzo 2009

GIUSTIZIA PER GRAZIELLA CAMPAGNA. DEFINITIVE LE CONDANNE DI GERLANDO ALBERTI JR E GIOVANNI SUTERA

La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi per il caso di Graziella Campagna, la giovane di Villafranca uccisa 23 anni fa. Diventano definitivi quindi gli ergastoli a Gerlando Alberti jr ed al braccio destro Giovanni Sutera. Graziella è stata uccisa con 5 colpi di fucile al viso perché pericolosa per la latitanza dei due, a quell’epoca sotto falso nome nel messinese.
Dopo un’ora e mezzo di camera di consiglio la Prima sezione della Suprema Corte ha scritto la parola fine sulla lunga storia processuale seguita allo strazio di Graziella Campagna, trucidata a fucilate la sera dell’8 dicembre del 1985, vittima scomoda di mafia. La Corte ha rigettato in blocco tutti gli appelli presentati, quelli dei difensori come quello delle parti civili. Il pg Martuscello aveva chiesto il rigetto. Diventa definitiva, quindi, la sentenza della Corte d’Assise d’appello di Messina, che la sera del 18 marzo 2008 aveva confermato le condanne all’ergastolo, emesse in primp grado due anni prima, per il boss palermitano Gerlando Alberti jr e Giovanni Sutera, il suo braccio destro dell’epoca. Soddisfatta la famiglia di Graziella, assistita dall’avvocato Fabio Repici. Critici i difensori di Alberti e Sutera, gli avvocati Antonello Scordo e Carmelo Vinci. In appello, lo scorso anno, era stato inoltre dichiarato il non luogo a procedere per prescrizione del reato di favoreggiamento per Franca Federico e Agata Cannistrà, titolare e impiegata della lavanderia di Villafranca in cui lavorava Graziella, che avevano avuta inflitta in primo grado una condanna a 2 anni.

venerdì 6 marzo 2009

Reddito minimo per i disoccupati. E' legge... nella Regione Lazio

Legge sul reddito minimo, Marrazzo: "Lazio all'avanguardia in Italia"
05/03/09 - “Siamo la prima grande regione italiana che si dota di uno strumento fondamentale che non ha nulla a che fare con la vecchia logica assistenzialista. Portiamo nella nostra regione un modello di tutela presente in tutti i paesi europei più avanzati: dalla Francia all'Austria, Belgio, Olanda fino ai Paesi scandinavi e anglosassoni''. E’ quanto ha dichiarato il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, aprendo il dibattito del Consiglio regionale sulla legge per il reddito minimo di cittadinanza.“La legge regionale sul reddito minimo - ha spiegato Marrazzo - è un passaggio decisivo per la nostra comunità. La Regione non lascia soli lavoratori, famiglie e imprese in un momento di eccezionale crisi. I dati del Pil 2008 ci riportano indietro alla crisi petrolifera di 30 anni fa e nel 2009 la stima è che 50mila persone rischino il posto di lavoro nel Lazio. Per questo si deve intervenire con misure straordinarie: il nostro obiettivo è di raggiungere 20mila cittadini fino ad oggi privi di tutele sociali". "Sugli investimenti per finanziare la legge – ha aggiunto il presidente - mi impegno, e chiedo all'assessore al Bilancio Luigi Nieri, e al Consiglio durante l'assestamento di bilancio, di aumentare le risorse destinate a sostenere il reddito minimo garantito. L'obiettivo – ha concluso Marrazzo - è quello di raggiungere circa 20 mila cittadini del Lazio''. L'assessore al Lavoro Alessandra Tibaldi ha spiegato che la legge sul reddito minimo assicura settemila euro a persona per un anno. “Daremo circa 530 euro al mese per disoccupati, inoccupati e precari residenti nella regione Lazio. – ha spiegato Tibaldi - Avevamo pensato ad una cifra di 5.400 euro all'anno ma abbiamo dato parere positivo ad un emendamento del Crel che ci chiedeva di aumentare la somma al minimo della pensione sociale, ovvero 7mila euro". Tibaldi ha poi spiegato che il cittadino che volesse accedere al reddito minimo deve prima fare una richiesta al comune. "Il primo assegno- conclude l'assessore- arrivera' nei conti dei destinatari un mese dopo la chiusura delle graduatorie provinciali".

giovedì 5 marzo 2009

Ripartiamo con la mobilitazione

Il governo riparte. Ripartiamo anche noi.
La mobilitazione contro il ponte e per lo sviluppo sostenibile di Messina e dell'Area dello Stretto che ha raggiuto il suo apice nel 2006 con la manifestazione di popolo che ha attraversato il centro città deve trovare nuova forza. Ripartire.
C'è chi in questi anni non ha mai abbassato la guardia, e a costoro va detto grazie.
Ma dobbiamo avere la capacità di coinvolgere, di rendere partecipe quella gran massa di cittadini pigri e distaccati a cui va fatta comprendere la delicatezza del momento.
Dobbiamo esserci, partecipare.
RESISTERE

Domenico Siracusano

Il Governo riparte con il Ponte

Ecco la conferma ufficiale del governo: si riparte con il Ponte, prima pietra nell'autunno 2010, intanto si completeranno altre arterie del sud

Spunta l'ipotesi dell'istituzione di un Commissario straordinario per il Ponte. Particolare attenzione per l'A3 Salerno-Reggio Calabria e la Statale 106 Jonica Reggio - Taranto. Grande attenzione per impedire infiltrazioni mafiose

Domani dal Cipe la conferma ufficiale: dal governo 16 miliardi di euro di investimenti per le infrastrutture, che creeranno oltre 150 mila posti di lavoro. Grande attenzione per il sud, e la Calabria in modo particolare.

Il governo accelera, quindi sulle infrastrutture. Contro la crisi anche le opere pubbliche, piccole o grandi che siano, possono infatti essere un volano di sviluppo e ripresa. Venerdì, ha annunciato l'esecutivo alle parti sociali convocate a Palazzo Chigi, arriverà quindi al Cipe un piano di opere cantierabili entro sei mesi per un investimento complessivo di 16 miliardi di euro.

Doveva riunirsi venerdì scorso, il Cipe (che è il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica che stabilisce le linee generali di politica economico-finanziaria), ma a causa del grave lutto alla famiglia del presidente del consiglio Silvio Berlusconi (che doveva partecipare alla riunione) per la morte della sorella Maria Antonietta la seduta è stata rinviata a domani venerdì 6 marzo.

E oggi, intanto, ci sarà l'esame del pre-Cipe, e già ieri il sottosegretario alle Infrastrutture Giuseppe Maria Reina non ha voluto fare mistero delle decisioni che saranno prese.
Alcune delle opere interessate agli stanziamenti saranno, senza ombra di dubbio, il Ponte sullo Stretto, il completamento dell'A3 Salerno-Reggio Calabria e l'ammodernamento della strada statale 106 Jonica Taranto - Reggio Calabria.

Reina ha aggiunto che per quanto riguarda la dotazione complessiva dei fondi Fas per le infrastrutture "è stato mantenuto l'impegno di ripartizione delle risorse per l'80% al Sud e questo segna un'inversione di tendenza rispetto al passato".

"Riguardo alla sola parte di risorse pubbliche pari a circa 8,5 miliardi - specifica il sottosegretario alle Infrastrutture - la suddivisione tra Nord e Sud è fifty fifty".

E parla del Ponte: "se il calendario non subirò variazioni, e non dovrebbe subirne, la posa della prima pietra del Ponte sarà tra ottobre e novembre del 2010, mentre per questo riguarda le opere di complemento, gli stessi tratti della A3 e della Jonica lo sono, i cantieri partono da subito".

I fondi Fas, un pacchetto da 16,6 miliardi, comprendono anche una consistente porzione di risorse legate alla finanza di progetto, prosegue Reina aggiungendo che all'esame del Cipe vi sono anche altre stanziamenti che riguardano altri ministeri e istituzioni.

Il Cipe di venerdì, comunque, si occuperà anche di grandi opere situate nel Nord Italia, risorse sono previste infatti per la Brebemi, la Pedemontana, il terzo valico, l' alta velocità Milano-Treviglio, alcune opere della Milano Expo.

"I 1.300 milioni di euro destinati al Ponte sono parte del 1,6 miliardi della dotazione pubblica, di cui 300 milioni sono già stati stanziati. Resta confermata la cifra complessiva di oltre 6 miliardi per la completa realizzazione dell' opera"
dice sempre il sottosegretario. Il governo vuole comunque accelerare i tempi: tra le ipotesi all' esame, vi è quella di istituire un Commissario straordinario per il Ponte.

E ancora, all'autostrada Salerno-Reggio Calabria è prevista una dotazione di 1.800 milioni per il completamento degli ultimi tratti. Altre risorse sono previste per la statale 106 Jonica e per dotazioni infrastrutturali in Sicilia.
"Interventi che sottolineano l'attenzione di questo governo per il Mezzogiorno e questo è un buon segnale - dichiara, ancora, Reina - soprattutto in questo momento di crisi. Grande attenzione e vigilanza saranno adottate per impedire il rischio di infiltrazioni malavitose che danneggiano lo sviluppo del Sud".

Peppe Caridi - www.tempostretto.it

martedì 3 marzo 2009

Se ci fosse un uomo di Giorgio Gaber

L'ultima canzone dell'ultimo cd di Giorgio Gaber è bellissima e si intitola "se ci fosse un uomo", in alcune canzoni del suo ultimo cd ed in particolare in questo testo traspare una nuova luce, diversa da quella del suo precedente cd "la mia generazione ha perso" in cui un cinico e deluso Gaber bastonava l'"uomo nuovo".
Nel suo ultimo CD invece non è più così " deluso" ma ci canta di "star bene"...e ci racconta di un altro "Uomo nuovo" che sta nascendo all'alba di un nuovo mondo:"un uomo cui non basta il crocefisso ma che cerca di trovare un Dio dentro se stesso".
Sembra ci sia stata un risveglio spirituale in quest'Uomo, forse anche grazie alla sua malattia... un risveglio spirituale che lo ha preparato al grande passaggio... e questa sua ultima canzone è senza dubbio il suo testamento spirituale.
Il grande Gaber se ne va verso una nuova vita e ci saluta con una speranza, anzi di più con una certezza:"con la certezza che in un futuro non lontano al centro della vita ci sia di nuovo l'uomo".
Pietro Abbondanza

Se ci fosse un uomo
un uomo nuovo e forte
forte nel guardare sorridente
la sua oscura realtà del presente.

Se ci fosse un uomo
forte di una tendenza senza nome
se non quella di umana elevazione
forte come una vita che é in attesa
di una rinascita improvvisa.
Se ci fosse un uomo
generoso e forte
forte nel gestire ciò che ha intorno
senza intaccare il suo equilibrio interno
forte nell'odiare l'arroganza
di chi esibisce una falsa coscienza
forte nel custodire con impegno
la parte più viva del suo sogno
se ci fosse un uomo.

Questo nostro mondo ormai è impazzito
e diventa sempre più volgare
popolato da un assurdo mito
che è il potere.

Questo nostro mondo è avido e incapace
sempre in corsa e sempre più infelice
popolato da un bisogno estremo
e da una smania vuota che sarebbe vita

se ci fosse un uomo...

Allora si potrebbe immaginare
un umanesimo nuovo
con la speranza di veder morire
questo nostro medioevo.

Col desiderio
che in una terra sconosciuta
ci sia di nuovo l'uomo
al centro della vita.

Allora si potrebbe immaginare
un neo rinascimento
un individuo tutto da inventare
in continuo movimento.

Con la certezza
che in un futuro non lontano
al centro della vita
ci sia di nuovo l'uomo.

Un uomo affascinato
da uno spazio vuoto
che va ancora popolato.

Popolato da corpi e da anime gioiose
che sanno entrare di slancio
nel cuore delle cose.

Popolato di fervore
e di gente innamorata
ma che crede all'amore
come una cosa concreta.

Popolato da un uomo
che ha scelto il suo cammino
senza gesti clamorosi
per sentirsi qualcuno.

Popolato da chi vive
senza alcuna ipocrisia
col rispetto di se stesso
e della propria pulizia.

Uno spazio vuoto
che va ancora popolato.

Popolato da un uomo talmente vero
che non ha la presunzione
di abbracciare il mondo intero.

Popolato da chi crede
nell' individualismo
ma combatte con forza
qualsiasi forma di egoismo.

Popolato da chi odia il potere
e i suoi eccessi
ma che apprezza
un potere esercitato su se stessi.

Popolato da chi ignora
il passato e il futuro
e che inizia la sua storia
dal punto zero

Uno spazio vuoto
che va ancora popolato.

Popolato da chi é certo
che la donna e l'uomo
siano il grande motore
del cammino umano.

Popolato da un bisogno
che diventa l'espressione
di un gran senso religioso
ma non di religione.

Popolato da chi crede
in una fede sconosciuta
dov'é la morte che scompare
quando appare la vita.

Popolato da un uomo
cui non basta il crocefisso
ma che cerca di trovare
un Dio dentro se stesso.

mercoledì 18 febbraio 2009

10 cose che l'Italia deve fare

La pace in Medio Oriente dipende da noi.



Un mese fa, Israele decideva di interrompere l'invasione di Gaza. Ma la violenza non si è mai fermata e la pace sembra allontanarsi. Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace punta il dito sull'Italia e indica 10 cose da fare con determinazione e coerenza.

"La pace in Medio Oriente dipende da noi. Chi continua a scaricare su altri la responsabilità vuol dire che non è interessato alla pace. La guerra a Gaza e le elezioni in Israele ci hanno messo con le spalle al muro. O decidiamo di impegnarci seriamente per scrivere la parola fine di questa brutta storia nel più breve tempo possibile, oppure smettiamo di invocare la pace perché, senza dubbio, non verrà. La guerra a Gaza ha rafforzato i radicali di Hamas e i loro sostenitori in tutto il Medio Oriente. Le elezioni israeliane hanno consegnato lo stato ebraico nelle mani della destra che si è ugualmente e simmetricamente rafforzata e radicalizzata. A questo punto è drammaticamente chiaro che solo un intervento inedito della comunità internazionale potrà cambiare la tragica storia di questo conflitto e scongiurare il peggio che sta arrivando: la continuazione della violenza quotidiana, della corsa al riarmo, dell'occupazione e dell'escalation militare; nuove guerre; stragi sempre più orribili; il possibile coinvolgimento di armi nucleari e di distruzione di massa; l'islamizzazione del conflitto israelo-palestinese e la sua estensione in Europa.

Che fare allora? Ecco 10 cose che l'Italia, presidente di turno del G8, ha la responsabilità di fare oggi, insieme agli Stati Uniti, all'Europa, all'Onu e a quelli che ci stanno, mettendo fine alla politica complice e inconcludente delle chiacchiere, dei summit e degli appelli.


1.
Spiegare a Israele che è folle (e illegale) continuare a punire collettivamente un milione e mezzo di persone e che deve far entrare nella Striscia i beni necessari per dare a quella gente la possibilità di avere una vita dignitosa;

2.
Portare soccorso alle famiglie di Gaza sopravvissute all'ultima battaglia (affermare, come fa il governo italiano, che si vuole soccorrere la popolazione di Gaza colpita dalla guerra e rifiutarsi di avere ogni relazione con Hamas vuol dire imbrogliare gli italiani);

3.
Promuovere il raggiungimento di una vera tregua tra Israele e Hamas che includa controlli più efficaci contro il traffico di armi, la fine del lancio dei razzi palestinesi e l'apertura di tutti valichi della Striscia di Gaza;

4.
Premere su Israele perché riduca immediatamente la pressione militare sui palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme est, fermi la costruzione di nuovi insediamenti e del muro sui Territori palestinesi occupati, rimuova i posti di blocco e riapra le strade che possano consentire la riunificazione della Cisgiordania oggi frammentata;

5.
Sostenere tutte le organizzazioni della società civile e gli Enti locali che possono concorrere a costruire la pace dal basso con iniziative di dialogo, solidarietà e cooperazione;

6.
Favorire in ogni modo la riconciliazione nazionale palestinese e non accentuarne le divisioni (affermare, come fa il governo italiano, che ci sono palestinesi buoni e palestinesi cattivi, che si vuole rafforzare i buoni e combattere i cattivi e che, allo stesso tempo, si vuole favorire il processo di riconciliazione nazionale tra i palestinesi è un obiettivo completamente irrealistico);

7. R
iavviare il dialogo con tutti i paesi del mondo arabo per risolvere i diversi conflitti aperti e giungere ad un accordo di pace e di disarmo regionale;

8.
Promuovere la firma di un accordo di pace tra Israele e l'Autorità Nazionale Palestinese da sottoporre successivamente a referendum ad entrambi i popoli (la giusta formula "Due Stati per due popoli" non basta più a descrivere la meta. L'obiettivo deve essere garantire ad entrambi i popoli la stessa dignità, gli stessi diritti, la stessa libertà e la stessa sicurezza.);

9.
Promuovere un piano per affidare all'Onu, con il deciso sostegno dell'Unione Europea, la responsabilità di garantire contemporaneamente la sicurezza d'Israele e della Palestina;

10.
Promuovere il trasferimento della sede dell'Onu da New York a Gerusalemme e trasformare il cuore conteso del conflitto nella capitale della pace e della riconciliazione del mondo.

Flavio Lotti
Coordinatore nazionale della Tavola della pace

Perugia, 18 febbraio 2009

martedì 20 gennaio 2009

Sulla Mia Strada

C'è chi mi vuole come vuole
un po' più santo
più criminale
e un po' più nuovo
un po' più uguale
mi vuole come vuole
c'è chi mi vuole per cliente
chi non mi vuole
mai per niente
e c'è chi vuole le mie scuse
che ciò che sono l'ha offeso
di un po': te come ti vogliono?
di un po' tu come ti vuoi? tu come ti vuoi?
sono vivo abbastanza
sono vivo abbastanza
per di qua
comunque vada
sempre sulla mia strada
c'è chi mi vuole più me stesso
e più profondo, più maledetto
e bravo padre e bravo a letto
c'è chi mi vuole perfetto
di un po': te come ti vogliono?
di un po' tu come ti vuoi? tu come ti vuoi?
sono vivo abbastanza
sono vivo abbastanza
per di qua
comunque vada
sempre sulla mia strada
di un po': te come ti vogliono?
di un po' tu come ti vuoi? tu come ti vuoi?
sono vivo abbastanza
sono vivo abbastanza
per di qua
comunque vada
sempre sulla mia strada
di un po': te come ti vogliono?
di un po' tu come ti vuoi? tu come ti vuoi?
sono vivo abbastanza
sono vivo abbastanza
per di qua
comunque vada
sempre sulla mia strada
Luciano Ligabue

Pasolini ribelle profetico

Memoria ed Impegno nell'Anniversario della Morte di Giovanni Paolo II